Monday, February 20, 2006

La Porta dell'Amore


Scopriamo chi era il pittore al quale è dedicato il Parco in zona S. Giorgio ad Acilia.
Giacomo Manzù nacque a Bergamo il 22 dicembre del 1908 e Manzù è lo pseudonimo del suo vero cognome, Manzoni. Figlio di un ciabattino e fin dalla tenera età apprendista presso vari artigiani, fra cui un carpentiere e un intagliatore del legno, ottenne il diploma in plastica decorativa all'Istituto Fantoni. Durante il servizio militare a Verona nel 1927 frequentò sporadicamente l'Accademia Cignaroli per studiare le arti visive, la pittura e la scultura.
Dopo un breve viaggio a Parigi nel 1929, Manzù si stabilì a Milano, dove l'architetto Giovanni Muzio gli commissionò la decorazione della cappella dell'Università Cattolica. Nel 1932 prese parte a una mostra collettiva alla Galleria del Milione e venne pubblicata la prima monografia su di lui dall'editore Giovanni Scheiwiller. A onta di questi successi iniziali Manzù si ritirò a Selvino, in provincia di Bergamo, dove l'adozione di fonti d'ispirazione egizia e minoica venne rimpiazzata dall'esempio delo scultore dei primi del '900 Medardo Rosso.


Alla Triennale di Milano del 1933 espose una serie di busti che gli portarono lusinghieri riconoscimenti. Insieme al pittore Aligi Sassu con cui divideva lo studio, si recò a Parigi dove visitò il Musée Rodin. L'anno seguente tenne la sua prima grande mostra, insieme a Sassu, alla Galleria della Cometa di Roma.
Nel 1939 iniziò la serie di bassorilievi dedicata alle "Crocifissioni" sino al 1946, che con uno stile classicheggiante e un pathos che si richiamava a Donatello, si serviva dell'iconografia cristiana per simboleggiare la sua disapprovazione al regime. Le opere, durante l'esposizione alla Galleria Barbaroux di Milano nel 1942, vennero messe sotto accusa sia dalla Chiesa e sia dallo Stato.
Intanto Manzù continuò a guadagnarsi riconoscimenti ufficiali: venne nominato professore di scultura all'Accademia di Brera nel 1940, e il suo nudo di "Francesca Blanc" vinse il Gran premio di scultura alla Quadriennale di Roma del 1942. Trascorse gli anni della guerra a Clusone sopra Bergamo.

Nel 1946 Manzù eseguì numerosi studi per il ritratto della signora Lampugnani che poi realizzò a grandezza naturale. Alla Biennale di Venezia del 1948 venne insignito della medaglia d'oro per la sua serie dei "cardinali" iniziata già nel 1937. Insegnò a Brera fino al 1954, e successivamente all'Accademia estiva di Salisurgo dal 1954 al 1960. Qui incontrò Inge Schabel che divenne la compagna della sua vita; lei e sua sorella Sonja diventarono le modelle fisse dei suoi lavori.

Le Porte
A Salisburgo eseguì la Porta della Morte per San Pietro a Roma dal 1958 al 1964. Una volta portato a termine questo incarico, Manzù si trasferì ad Ardea, fuori Roma, dove lavorò al terzo dei suoi portali, la Porta della Pace e della Guerra, per la chiesa di San Laurenz a Rotterdam dal 1965 al 1968. La foto in questo blog rappresenta La Porta dell'Amore (Salisburgo, 1955-58).
Dopo essersi dedicato per quasi un decennio al bassorilievo ritornò alla figura a tutto tondo e a temi più intimi come "Passi di danza", i "Pattinatori" e gli "Amanti. Ha anche disegnato scenografie e costumi, tra cui quelli notevoli per l' "Oedipus rex" di Igor Stravinskij del 1965, per "Tristano e Isotta" di Richard Wagner del 1971 e per il "Macbeth" di Giuseppe Verdi del 1985.
Manzù ha ottenuto molti riconoscimenti dalle istituzioni artistiche, compreso il titolo di membro onorario della Royal Academy of Arts di Londra. Nel 1979 ha fatto dono della sua collezione allo Stato Italiano, e nei successivi anni visse a Londra e lavorò ad Ardea, fino alla morte, avvenuta nel 1991.
(Biografia tratta da www.artinvest2000.com/manzu_giacomo.htm)

Friday, February 17, 2006

CARNEVALISSIMO AD ACILIA!


Finalmente anche nel nostro quartiere ci sarà la grande parata del sabato grasso.
Sono invitati grandi e piccini, a sbeffeggiare con un sorriso le difficoltà di ogni giorno ed a ritagliarsi un sabato pomeriggio all'insegna del puro divertimento...
E' prevista anche una premiazione per la maschera più bella. Se volete gareggiare mandate la vostra iscrizione all'email: il_mio_quartiere@virgilio.it

Tuesday, February 14, 2006

LA MELA MARCIA



Mi meraviglio.
Sì, a volte mi meraviglio che penne famose per la schiettezza delle loro posizioni ma anche per la lucidità di molte loro analisi, colgano scivolate dirompenti su talune argomentazioni; quasi che alternino momenti di genio ad analisi qualunquiste da italiano medio. E così mi meraviglio che una lingua verace come quella di Vittorio Feltri cada nel dirupo dell’ingenuità e rinforzi il carico di medierà con uno spigolato attacco all’inefficienza legislativa del Governo, nel momento in cui si veda bussare alla porta da una condanna al carcere per reato di opinione.
Lo giustifico pensando che, trattandosi del soffocamento della libertà della propria persona, si sia fatto prendere dal panico, panico che gli ha ottenebrato la mente e lo ha costretto a scalpitare ingiurie contro un Parlamento che non ha fatto tabula rasa del reato di opinione.
Ma, caro Feltri, non è perché le Camere non hanno ancora fatto diventare Legge la depenalizzazione dei reati di stampa che Lei è stato condannato ad un anno e mezzo di carcere a causa dell’Affaire Mitrokhin.
Caro Feltri, si ricorda quale parlamentare l’ha citata in giudizio, si ricorda di quale partito ha la tessera questa signorotto, si ricorda che in Italia, checché ne dicano le infiammate voci rauche della sinistra, la giustizia ha un solo colore ed è quello rosso?
Lei ha avallato un articolo che faceva i nomi di alcuni parlamentari sospettati di aver preso soldi dall’Unione sovietica per favorire l’infiltrazione del KGB nella direzione delle strategie politiche del vecchio PCI.
E per questo… Lei è stato condannato per concorso in diffamazione del Comunismo!

Tuesday, February 07, 2006

"How high the moon"


Nato nel 1927 a Cartena di Forlì, l’ultimo di cinque figli di padre battagliero, e padre di una figlia dal perenne animo inquieto, portato alla sua più grande passione dal fratello Vittorio, poco in auge in Patria dalla folta schiera di manicheisti avversi al suo albero genealogico, ma molto amato in America per la geniale creatività delle sue improvvisazioni musicali, ci ha lasciati venerdì 3 febbraio 2006.
E’ per lo scherzo del destino partigiano che questo jazzista tra i più apprezzati a livello internazionale si è allontanato dalla vita terrena totalmente in sordina, senza che in Italia gli fosse dato lo spazio consentito ad un Totò o ad un Pietro Mascagni, o ad un più fortunato PierPaolo Pasolini. Questo virtuosista del pianoforte ha avuto un ruolo "rivoluzionario" per la storia del jazz nel nostro Paese, avendo cominciato a incidere dischi con queste peculiari sonorità alla fine degli anni Quaranta e facendo conoscere al pubblico italiano il più grande Oscar Peterson, entrato nella storia per la straordinaria abilità nell' interpretare i classici del jazz.
Il nostro ha suonato accanto ad alcuni dei migliori solisti italiani, da Dino Piana ad Enzo Scoppa, da Gil Cuppini a Franco Tonani; ha avuto anche esperienze professionali con artisti americani negli Stati Uniti del calibro di Lionel Hampton, Dizzy Gillespie, Tony Scott, Ella Fitzgerald. Pianista dotato di una buona tecnica, cosa non molto comune nell' Italia dell' epoca, dove il jazz si muoveva in un ambito ristrettissimo ed i musicisti avevano una preparazione assolutamente autodidatta ed estemporanea, era riuscito ad aver ragione anche del tecnicismo americano ed a trasportare la sua passione in giro per il mondo (U. S. A., Canada, Messico, Venezuela, Australia, Kenia, e Corea).
Ma pochi sanno di chi sto parlando. Il giorno del suo funerale le cronache dei quotidiani e le veline ansa hanno preferito dilungarsi, quando ne abbiano parlato, sugli altarini del padre – altarini ormai noti a tutti e consegnati alla storia circa 60 anni fa – e sulla espressione nostalgica delle facce anziane che partecipavano alla funzione. Hanno maliziato sulla presenza di certune - e non di altre – cariche dello Stato, dimenticato che Lui, il Romano Full degli anni ’40, ben poco spazio aveva lasciato alla politica, spazio tutto concentrato nei due memoriali in ricordo del padre e nei rari suggerimenti di alleanze alla figlia ribelle.
Romano Full aveva preferito plagiare la sua anima al trono dell’arte e consacrarla nel limbo delle virtuosità da pianoforte e dei colori acerbi dei suoi quadri, dimenticando di chiamarsi Mussolini…