Wednesday, January 25, 2006

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Tuesday, January 24, 2006

Rosso Sangue - il colore dell'incertezza


‘Na tazzutella ‘e caffè ed uno sguardo alla tv. Così ci si sveglia in questi tempi dal fragile equilibrio di un inverno russo, cercando conforto nel tepore del bere e nello zapping mediatico.
Ma si corre il rischio di fermare di colpo lo sguardo su un immagine ed iniziare ad irrigidire i muscoli come per prepararsi ad una battaglia.
Riconosco la faccia non più color miele di Valerio Fioravanti, il Giusva nazionale, e rimango in attesa di passare i prossimi 15 minuti a sorbire l’ormai noto ronzìo di accuse e calunnie che l’immaginario collettivo – e la giustizia italiana – hanno portato a condannarlo per la strage alla stazione di Bologna. Invece, la mia attenzione si desta ad una presentazione di Antonello Piroso - giornalista di LA7 – dell’ultima fatica letteraria di Luca Telese, “Cuori Neri” per l’appunto (www.lucatelese.com/cuorineri). Mi colpisce una introduzione quasi ‘edulcorata’ rispetto a quella che ci saremmo potuti aspettare fino a qualche anno addietro, non di parte - non ‘partigiana’- delle storie racchiuse nel testo (testimonianze e interviste sulle morti provocate dalla lotta ideologica e dalla strategia della tensione). Piroso non cede alla tentazione manichea di un distinguo sui morti a destra che l’ombra di un nonno partigiano gli potrebbe bisbigliare nell’orecchio; e anzi sottolinea più volte che il dolore di intere famiglie non è giustificabile, neanche se ‘uccidere un fascista non era reato’.
‘Eppur si muove’, esclamava a denti stretti Galileo. Ed aveva ragione. Anche noi: era necessario un eloquio così pacato nell’argomentare della guerra civile che ha insanguinato l’Italia per tutti gli anni 70. Era necessario sentire di poter poggiare il passo sicuri sul lungo cammino della pacificazione nazionale.
Necessario, dopo urla inascoltate per anni a destra e voci fuori dal coro a sinistra negli ultimi anni, quella di Giampaolo Pansa ad esempio.
Necessario, ma non sufficiente, perché la strada per la condivisione delle ingiustizie e delle colpe è sempre frastagliata ed avanza col piede veloce di un elefante. Necessario, ma non sufficiente perché permangono le strida del solito beota e ottuso ‘compagno compagno’, quello che ancora passa i pomeriggi dall’ortopedico a farsi raddrizzare un pugno perennemente chiuso.
Questa specie vive da pascià all’estero, per non esser condannata in Italia all’ergastolo o giù di là, e via etere proferisce perle di saggezza sugli avvenimenti del Paese natìo con la labirintica e ridondante fraseologia marxista propria del sessantottino dalla sciarpa rossa. E indossa ancora quei panni, quelli mentali, viziati da un’ideologia la cui morte clinica risale ai primi del ‘900 e la cui morte fisica a vent’anni fa, e quelli del guardaroba di Valle Giulia, pantaloni di velluto, camicia rossa e occhialini di osso.
Quest’omuncolo dal nome di Oreste Scalzone, la cui vita operosa può esser scoperta su
www.poissonsvolants.com/documentaires/tort_raison/oreste_scalzone.htm, condannato in contumacia per aver fondato e militato in Potere Operaio, in diretta satellite dalla Francia dove è fuggito, alitava il suo raccapricciante rammarico per l’archivio disperso di Valerio Verbano con la schedatura tutti i ‘fascisti’ dell’epoca, trovava l’origine di tutti i mali ancora una volta nel capitalismo imperante e cercava di chiosare ogni suo intervento con l’aberrante tracotanza del giustizialista, dimostrando di aver letto nella sua vita solo Marx, forse Rosa Luxembourg e certamente Naomi Klein, come si può apprendere da una sua delirante lettera su www.claudio-rise.it/globalizzazione/scalzone.htm.
E sapete, il menestrello, come ha intitolato il suo sito? Ma… Black Blog. Capito il gioco di parole?
Mentre finivo di fare colazione ho avuto un improvviso conato di vomito. Poi ho rammentato dove avevo già visto questo losco figuro: là, a un passo dalla carta igienica, nella tazza del water….

Wednesday, January 11, 2006

Spy games - Gli altarini di Fabrizio Quattrocchi


Ero ‘altrove’ e quindi avevo deciso di non scrivere più su questo blog.
Ma non potevo esimermi dal criticare l’ulteriore strascico di polemiche che sono riaffiorate dopo il recupero del video sull’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi. Richiesto più volte dalla Magistratura italiana, il video è stato negato da Al Jazeera con la motivazione che era troppo straziante. Come se il nostro cuore sensibile di spettatori non fosse stato mai avvelenato da immagini vergognose…
Ora apprendiamo dalle poche immagini autorizzate alla trasmissione che Fabrizio Quattrocchi, inginocchiato, circondato da uomini armati e a volto coperto, pochi secondi prima di essere ucciso, chiede di togliersi la kefiah che gli copre il volto. I rapitori gli rispondono di no, e lui replica con «Vi faccio vedere come muore un italiano». Una frase così semplice e banale, ma così satura di coraggio e fierezza, che invece, è stata traviata ad usum del continuo ostruzionismo storico della sinistra, la quale ha cercato di denigrarne la memoria arrivando a costruire l’immagine di un camerata ‘nero’ e prezzolata spia con strani viaggi precedenti anche in Bosnia ed in Nigeria. A fare cosa, lasciamolo pensare a qualche novello Jules Verne.
Intanto, ringraziamo Valter Veltroni per essersi ricordato di potergli intitolare una strada nella Capitale. Speriamo che lo faccia prima che gli venga offerto di doppiare, dopo il successo di Chicken little, il video di Quattrocchi.
Stiamo esagerando?
Pensate che la Sinistra si arrenderà di fronte all’evidenza delle immagini?
Vi lascio speranzosa che ‘il Manifesto’ pubblichi quanto prima una versione edulcorata, più politically correct e meno patriottica del video di Quattrocchi. E, se per distrazione, quel giorno non dovessi passare in edicola, vi prego di trattenerne una copia che vi pagherò a peso d’oro e custodirò calorosamente su un altarino…
Intanto gustatevi questi due folli su http://www.cosimuoreunitaliano.it/. Incredibile: hanno scritto una canzone sulla morte di Fabrizio. E non è per niente male! Non è una di quelle solite canzonette-epitaffio in stile pianto di prefiche. E' orecchiabile, ha un ritornello che entra facilmente nella mente ed il testo è molto poetico.
Ad malora, italiani!